Altai, dieci anni dopo

Risale a poco più di un anno fa l’ultimo intervento del collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming alla Statale di Milano, sulla lavagna dell’aula a caratteri cubitali la stessa frase scenografica: L’unico modo per non subire una storia è raccontarne altre mille, che in clima “onda” suscitava soprattutto desiderio e speranza per un cambiamento,ma ora suona un po’ lugubre se si pensa a certi rimaneggiamenti di personaggi della politica italiana (il post precedente è emblematico a riguardo).

Più che una presentazione frontale due ore intense di domande d’ogni tipo ai due membri del gruppo, che rispondono alle curiosità più solite e un po’ scontate su come sia scrivere a più mani, insieme alle tante riguardo la decisione di ripartire dalle origini: il loro ultimo lavoro pubblicato da Einaudi Stile libero, Altai, è una ripresa dieci anni dopo di Q, il romanzo di successo che firmarono nell’ambito del progetto Luther Blisseth. Ripreso il periodo storico, il sedicesimo secolo, l’ambientazione si sposta ad Oriente, verso cui avevamo lasciato in viaggio il protagonista del primo libro.

I Wu Ming parlano del nuovo lavoro in termini di paragone rispetto al vecchio, sottolineando chiaramente come non sia da considerarsi un sequel, ma anzi possa esser letto anche senza conoscere Q. Nel caso l’abbiate fatto, ritroverete Dal Pozzo, invecchiato e decisamente bene, ma la voce narrante sarà un’altra, così come altro e migliore è lo stile narrativo del collettivo, come vi accorgerete sin dalle prime righe.

Il Mediterraneo coi suoi colori, le sue culture, i suoi profumi è la culla che ospita il racconto ed è felice la coincidenza per cui in molte lingue “mare” sia femminile. Ritorna spesso infatti nelle risposte degli autori l’importanza data all’elemento femminino, la ricerca di una complessità nei personaggi che nella prima opera non c’era: il protagonista di Q era un eroe stereotipato da “spaghetti western” (a detta degli stessi Wu Ming) affiancato da figure femminili di nessuna importanza all’interno della struttura narrativa, altrettanto tipi, perfette nella loro lontananza dalla realtà.

La storia di Altai invece ha nelle donne un elemento cruciale, nonostante non siano le protagoniste principali, con l’incomunicabilità tra i due generi che è uno dei conflitti che portano avanti la narrazione,così come il Vecchio di Manituana (un altro ottimo lavoro del collettivo) ritorna come grande assente ma nella figura di una matrona. Ci sono tanti “noi” che si confrontano tra le righe del romanzo: di genere, religiosi, politici, scontri di civiltà e d’identità, non da intendersi come allegorici di una particolare situazione storica, che appartenga al presente o ad un altro passato, ma interpretabili dalle più libere angolazioni, risultando però sempre appassionante, nel piacere di sentirsi narrare storie da chi le sa far vivere.

l’audio dell’incontro del 3 febbraio alla Statale di Milano

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