Fare di un bisogno un desiderio

Stare nella mia seconda (vera) casa sui monti mi rende sempre un po’ massaia, un po’ Ravaioli, un po’ casalinga-nerd che aggiorna su twitter la canzone ascoltata  mentre passa l’aspirapolvere. Detesto cucinare per uno, ragion per cui per un po’ di giorni attorno al tavolo ho sfamato un numero variabile d’amici, finendo il doppio delle bottiglie di vino (buono).

Cucinare mi mette in pace col mondo,  ma anche il dopo cena a pulire piatti e pentole, il bicchiere di frappato sul mobile accanto al lavandino, partecipando alle chiacchiere incrociate di chi è seduto  sul divano devo dire appaga un sacco. Specie se il dolce è riuscito e diamine se m’è riuscita la versione fake della sacher!

La suddetta consta di due strati di torta al cioccolato con al centro una tonnellata di marmellata d’arance amare e sopra una colata di cioccolato fuso (nella foto insieme allo stadio primario di una pentolata di gnocchi zola e noci).

Ho deciso, una notte, che la cucina dove spadellerò da precaria indipendente sarà di mobili in legno dipinti in CMY con tavolo e sedie di legno K e sì, mi basterebbero solo un paio di accessori umani e felini per completare il quadro. (Che volessi le persiane rosse già l’avevo confessato una sera).

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