Tra le righe.

IMG_6215Settimana scorsa ho finito di leggere un piccolo saggio del mio adorato Michel Pastoureau: “La stoffa del diavolo. Una storia delle righe e dei tessuti rigati”.

Era stato consigliato sulla pagina facebook dell’AIAP e finito nel mio carello Amazon in 3, 2 ,1… click.

La secchiona che è in me non poteva proprio resistere all’esplorazione del percorso sociale e storico che l’ha portata, insieme a qualche altro milione di illustratori-designer-fotografi-blogger-creativi, ad indossare con fierezza una maglia a righe (bianche e rosse n.d.a.).

Pastoreau traccia un percorso temporale, i cui punti di riferimento risultano essere personaggi marginali, bizzarri, esclusi. Analizza il perché una trama nata per segnare il diverso, e anche il maligno (siamo in epoca medioevale), per rompere la grammatica visiva, sia diventata tra XIX e XX secolo, quella prediletta per i tessuti più intimi, più igienici, specie per i bambini, legati soprattutto a luoghi salubri, come i capi da spiaggia o le terme. E poi lo sport, la moda, gli artisti, noi oggi.

Leggendolo mi è tornato in mente un post di Anna Castagnoli su Le figure dei libri in cui, parlando di ricerca e cure nelle texture di abiti illustrati, scriveva:  “E non so voi, ma io – faccio un mea culpa-, non so quante volte, nella fretta, cercando di infilare una maglietta a un personaggino alto tre centimetri, mi sono detta: gliela faccio a righe. Gli illustratori seri, ci pensano un po’ di più”(qui).

Ecco, questo testo tenta di spiegare il perché di quest’immediatezza nel richiamarsi alle righe per vestire un bambino, qualcuno di buffo, strano, o comunque non integrato nella norma, del mondo adulto, canonizzato e per questo indistinto.

Com’è possibile che le righe su un vestito ci divertano, ispirino simpatia e originalità, e allo stesso tempo, nel nostro linguaggio quotidiano, le si richiami in espressioni coercitive come “mettere in riga” o comunque negative come “tirarci una riga sopra”?

Questo di Pastoureau è un testo semplice e di curiosità, ma offre anche un punto d’appoggio e d’osservazione per una prospettiva critica sui codici visuali occidentali che, chi e di maglie a righe si veste, troverà sicuramente interessante, e, come me, affascinante.

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2 thoughts on “Tra le righe.

  1. Assolutamente sì! Il passaggio della marinière indosso ai non addetti ai lavori è fondamentale. Pastoureau ne parla in termini di stile (e moda) balneare, che prende spunto da pescatori e marinai.
    Si capisce che me lo son divorato questo libro, eh? :)

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